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Shock emorragico e intervento tardivo, il rispetto delle linee guida non esclude la colpa


Corte Suprema di Cassazione – Sezione Terza Civile – Ordinanza n. 34644 del 29 dicembre 2025

In caso di shock emorragico, la Corte di Cassazione ribadisce che il rispetto delle linee guida non esclude automaticamente la responsabilità del medico. La Suprema Corte evidenzia come la tempistica dell’intervento, rispetto alla gravità del quadro clinico, possa incidere sul nesso di causalità e sulla valutazione di eventuale imperizia, richiamando i periti a motivare le scelte terapeutiche anche quando seguono protocolli standard.

Il valore probatorio della consulenza tra protocolli e urgenza

La recente Ordinanza della Corte di Cassazione (Sez. III Civile, dep. 29/12/2025) offre un importante spunto di riflessione per i Medici Legali e i Consulenti Tecnici d’Ufficio. Al centro del dibattito non vi è solo il rispetto formale delle buone pratiche, ma la capacità del perito di motivare l’adeguatezza della tempistica terapeutica rispetto alla gravità del quadro clinico d’esordio.

Il quadro clinico e la decisione della Corte3

Nel caso di specie, un paziente era stato ricoverato in “codice rosso” per shock emorragico. L’approccio terapeutico seguito è stato quello dell’algoritmo sequenziale previsto dalle linee guida, culminato in un intervento chirurgico eseguito a circa 60 ore dal ricovero.

Mentre nei gradi di merito la condotta era stata ritenuta corretta in quanto conforme ai protocolli, la Suprema Corte ha evidenziato la necessità di un accertamento più granulare. Il punto nodale non è la correttezza dell’algoritmo in sé, ma la sua applicabilità temporale a un paziente le cui condizioni cliniche (emorragia non arrestata) potevano suggerire una deroga alla sequenza standard in favore di un intervento chirurgico precoce.

I punti chiave per il medico legale

La non tassatività delle Linee Guida

La Corte ribadisce che le linee guida, pur essendo un parametro fondamentale post-Gelli-Bianco, non sono vincolanti in modo assoluto. Per l’esperto, questo significa che nella relazione peritale è necessario valutare se le circostanze del caso concreto — come la persistenza di una perdita ematica — esigessero una condotta più tempestiva o diversa da quella predeterminata.

Il giudizio controfattuale e la statistica

Un passaggio cruciale riguarda la valutazione del nesso causale. Se l’intervento chirurgico finale presentava, secondo la letteratura, un basso tasso di mortalità (5%), il consulente deve indagare rigorosamente perché, nel caso specifico, l’esito sia stato infausto. La Corte invita a chiedersi se il fattore tempo abbia trasformato un intervento a basso rischio in una procedura tardiva e inefficace.

L’onere della prova nella responsabilità contrattuale

Dal punto di vista giuridico, viene confermato che, una volta allegato l’inadempimento (il ritardo), spetta alla struttura sanitaria dimostrare la causa esterna, imprevista e inevitabile, che ha reso impossibile ottenere un esito positivo.

Considerazioni per la pratica peritale

Questo orientamento giurisprudenziale non sminuisce il valore dei protocolli, ma richiede al Medico Legale uno sforzo motivazionale supplementare. Non basta più attestare la conformità “formale” al protocollo; occorre validare la scelta temporale della terapia, spiegando perché il professionista abbia deciso di non accelerare i tempi nonostante la criticità del paziente.

Domande aperte per il dibattito professionale

Come possiamo definire, in sede di CTU, il “limite di tolleranza” oltre il quale l’attesa per l’applicazione di un protocollo sequenziale diventa imperizia?

In che modo la documentazione clinica può supportare la scelta del medico di restare aderente alle linee guida anche in situazioni di apparente emergenza?

Interrogarsi su questi punti significa elevare la qualità della consulenza tecnica, rendendola non solo un esercizio di verifica normativa, ma una vera ricostruzione della realtà clinica vissuta al letto del paziente.

Avv. Sabrina Caporale

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